Parlamento Europeo contro Google

strasburgo

L’Europa torna a tuonare contro il motore di ricerca più potente del mondo, con Germania e Francia a guidare la protesta. A Montain View studiano soluzioni per evitare una multa da 4 miliardi di dollari

di Stefano Mascioni

Da sx Erich Schmidt, Larry Page e Sergey Brin

Da sx Erich Schmidt, Larry Page e Sergey Brin

Strasburgo – La notizia ha già fatto il giro del mondo, rimbalzando sulle prime pagine di quotidiani e notiziari. Il Parlamento Europeo ha approvato a larghissima maggioranza la mozione proposta dal deputato popolare tedesco Andreas Schwab e dal liberale spagnolo Ramon Tremosa: in Europa bisogna separare le attività dei motori di ricerca dalle attività di promozione commerciale. In pratica, secondo Strasburgo, la società che fornisce il servizio di ricerca non può essere la stessa che propone servizi commerciali.

Come dire che un elenco telefonico non può contenere pubblicità.  

Nel caso del turismo,  servizi come Google Hotel Finder ad esempio dovrebbero essere erogati da un’entità diversa da Google stessa.

Il documento non cita mai direttamente Big G, ma è evidente che nel mirino dei parlamentari europei ci sia proprio la società fondata da Larry Page e Sergey Brin, contro la quale i politici europei vorrebbero scatenare la commissione Antitrust, quella che, per intenderci, nel 2004 ha pesantemente multato la Microsoft sotto la guida dell’allora presidente Mario Monti infliggendo una multa da quasi mezzo miliardo di euro per abuso di posizione dominante.

Le reazioni

Nella sostanza, al momento per Google non cambia nulla, poiché il documento prodotto dall’assemblea di Strasburgo ha un valore prettamente politico, tuttavia, da Washington mettono subito le mani avanti, manifestando «preoccupazione» attraverso la rappresentanza Usa a Bruxelles. In una nota diffusa dai diplomatici americani, si sottolinea  «l’importanza che il processo di identificazione dei danni alla competitività e dei potenziali rimedi, sia basato su dati oggettivi e non venga politicizzato», mentre il Wall Street Journal titola in prima pagina «L’Europa prende di mira le aziende digitali americane» .

Margarethe Vestager,  Commissario Antitrust

 

Non si è fatta attendere una risposta di Margarethe Vestager,  Commissario Ue all’Antitrust fresco di nomina, che attraverso il proprio portavoce ha precisato: «È importante notare che l’applicazione della legge dell’antitrust Ue deve restare indipendente dalla politica. Inoltre è obbligo della Commissione rispettare i diritti di tutte le parti e restare neutrale e giusta: questi sono valori cruciali della legge sulla Concorrenza». Il Commissario Verstager «crede che l’indagine dell’Antitrust debba restare limitata a quelle che possono essere chiaramente identificate come questioni che riguardano la concorrenza» e «ha già detto al Parlamento europeo che per portare avanti questa indagine ha bisogno di tempo per formare il proprio punto di vista e decidere i passi successivi».

Google e l’Antitrust

In effetti, il Commissario Vestager non può che essere prudente, considerando che è già alle prese con la patata bollente ereditata dal commissario uscente Joaquin Almunia, che dopo anni di trattative per l’accusa di posizione dominante nei confronti di Google, ha chiuso il proprio mandato minacciando la multa-monstre di 4 miliardi di euro, ritenendo le aperture di Big G insoddisfacenti.

Il motore di ricerca infatti, per evitare sanzioni e chiudere il processo, aveva proposto di pubblicare in cima alla pagina di risultati, nel box più evidente, anche i risultati di tre rivali e nello stesso modo: se i risultati di Google hanno foto e video, anche gli altri tre avranno foto e video. Nella versione `mobile´ la proporzione sarebbe diversa, mettendo in evidenza due risultati di Google e uno dei rivali.

I tre concorrenti verrebbero scelti con un’asta, e dovranno ovviamente pagare Google, considerando che quello spazio ad alta visibilità è comunque a pagamento.

Ma se per Google le soluzioni proposte sono da considerare «grandi concessioni», per i rivali di Fairsearch (il consorzio di 17 operatori che ha fatto ricorso alla Ue tra cui Microsoft, Oracle, Nokia, Expedia e TripAdvisor), la proposta è «peggio di niente», e i rimedi sono «discriminatori e fanno salire i costi per i concorrenti», rimettendo la questione sulla scrivania del Commissario Vestager.

Se si considerano anche le proteste degli editori per la protezione dei diritti d’autore, le accuse di evasione fiscale e la vecchia questione del diritto all’oblio, la strada della pace tra Google e l’Europa sembra ancora lunga, ma intanto nella Silicon Valley continuano a macinare profitti.

 

 

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