Il caos equo del turismo digitale

ceci

Intervista a Stefano Ceci, Presidente di Startup Turismo

I numeri delle startup che si gettano nel business turistico digitale aumenta costantemente, ma sono pochi i progetti che sopravvivono all’entusiasmo iniziale, schiacciati dal digital divide e da clausole vessatorie come la parity-rate. Stefano Ceci ci spiega perché, nonostante tutto, vale la pena scommettere sul futuro di un Belpaese digital advanced

di Stefano Mascioni

C’è chi ha paura delle novità e c’è chi invece negli stravolgimenti storici vede un’opportunità, una luce. Stefano Ceci, vulcanico imprenditore reggiano e presidente dell’Associazione Startup Turismo, appartiene certamente a questa seconda categoria, cercando da anni il bandolo della matassa che ha sconvolto le regole del business turistico dopo l’avvento della rete, dei big data e delle OTA.

Stefano Ceci

Stefano Ceci, Startup Turismo

Sono anni che cerchiamo disperatamente di mettere ordine al turismo italiano. Che ci diciamo che avanti così non possiamo crescere, che le OTA hanno di fatto già delocalizzato il turismo, che il web ci ha spiazzati, che il nostro sistema ospitale è così micro e frammentato da risultare poco competitivo” spiega nell’incipit di uno dei suoi post più letti e apprezzati.

Ma partiamo dalla considerazione che il turismo è la terza voce nel bilancio mondiale dell’e-commerce” (subito dietro l’industria del porno e del gioco d’azzardo ndr). Una realtà dei fatti che spiega il proliferare, anche in Italia, di start-up dedicate al turismo, che cercano di cavalcare l’onda. E che a volte, come nel caso di viverediturismo, ci riescono pure.

Startup Turismo – spiega Ceci – è nata per aiutare le giovani imprese italiane che operano nel turismo e nella cultura a superare le fasi più critiche. Si tratta di una partita particolarmente difficile nel nostro Paese, dove mancano i venture capitalist e dove non c’è un ecosistema digitale favorevole”. Secondo Ceci, per una start-up italiana è relativamente semplice trovare i primi finanziamenti (che spesso non vanno oltre i 20/30.000 euro) e raccogliere consenso “Mi capita spesso di incontrare giovani gagliardi che hanno buone idee” commenta Ceci, ma quando il seme gettato cerca disperatamente di germogliare, per trovarsi un posto al sole, deve fare i conti con il digital divide, con una burocrazia sfiancante e con la mancanza di finanziatori fiduciosi, che costringono i progetti più promettenti a girare l’Europa o magari gli Usa con il cappello in mano. E non è un caso se anche Bravofly, una delle più brillanti società italiane del settore, abbia dovuto trasferirsi in Svizzera per spiccare finalmente il volo. “La mancanza di un ecosistema digitale e l’assenza degli investitori rendono la crescita quasi impossibile – aggiunge Ceci – e con la nostra associazione, che sta facendo passi da gigante, cerchiamo di sostenere le idee migliori con scambi di know-how, tecnologie, relazioni e progetti”. E secondo i bene informati, ad allargare il solco tra gli italiani e la tecnologia ci sarebbe anche l’ancestrale ritrosia a qualsiasi registro, che renderebbe impossibile qualsiasi forma di evasione fiscale. Uno dei primi atti concreti ottenuti dall’associazione è contenuto nella famosa legge “Artbonus” voluta dal Ministro Dario Franceschini (di cui Ceci è stato a lungo consigliere per il turismo digitale) e che prevede sgravi fiscali per le aziende del comparto turistico che investono in software e soluzioni web.

Una delle pochissime iniziative azzeccate, che vanno in contro tendenza rispetto al consueto disastro a cui si assiste, ogni volta che la pubblica amministrazione investe nell’informatica in generale e nel web in particolare. “Il problema di fondo – spiega Ceci – è che la PA non ha capito che il web non è un media, che per promuovere l’offerta turistica del territorio è necessario integrare sistemi di comunicazione avviando processi bottom.up di competenze, relazioni, contenuti e tecnologie che vadano tutte nella stessa direzione”.

Ecco spiegato il motivo di avventure poco felici come Italia.it o l’ultimissimo verybello.it, esperienze che Ceci preferisce non commentare.

La politica italiana poi dovrebbe essere più incisiva nei confronti delle OTA – prosegue Ceci – seguendo l’esempio della Germania e della Francia, che da tempo si sono apertamente schierate per l’abolizione della parity rate, una vera e propria condizione vessatoria per gli albergatori e per i gestori di strutture ricettive in generale, deve essere assolutamente cancellata perché oltre a danneggiare il consumatore rende ancora più difficile l’emersione di nuove realtà che vogliono entrare nel business del booking online”.
logo-mMa se le difficoltà sono molte, anche gli aspiranti tycoon del web nostrani hanno le loro responsabilità. “Bisogna demolire il mito del garage – commenta Ceci con una punta d’ironia riferendosi al caso di Steve Jobs – spesso mi capita di incontrare dei giovani entusiasti della loro idea ma che non hanno approfondito il loro progetto, non hanno analizzato il bench-mark e forse non sono abbastanza “hungry”, ovvero non sono pronti a fare sacrifici. Chi avvia una start up deve essere pronto a fare grandi sforzi senza alcuna garanzia di successo”. Guardando al futuro del settore, Ceci è convinto che a fare la tendenza, almeno nei prossimi 10 anni, sarà il canale digitale diretto, e travelmesh, la sua ultima prediletta creatura, va proprio in questa direzione, riprendendo la teoria del caos.

Attualmente le OTA sono la via maestra della prenotazione online – spiega ancora Ceci riprendendo le parole del suo post – a vendere camere sono imbattibili! In questa competizione la DMO (Destination Management Organization, ovvero tutte le strutture che fanno promozione turistica ndr) può solo contrapporre vie laterali, altri destini che le OTA non riescono a intercettare, non essendo per altro questo il loro mestiere. Le destinazioni dispongono di tanti sentieri che intersecano la via maestra delle OTA. Sono quelli che qualificano l’esperienza. Occorre ripulirli per renderli di nuovo percorribili e popolati. E’ l’insieme dei sentieri che definisce il destino della destinazione. Se non sarà così allora avranno ragione quelli di booking.com. Non ci sarà bisogno delle DMO e non ci sarà più bisogno nemmeno di noi che stiamo facendo start up e innovazione digitale. Se le DMO non offriranno valore aggiunto alla prenotazione, continueranno le OTA a riempire i nostri alberghi. La DMO ricava la sua funzione ed il suo ruolo nel creare connessioni fra operatori e fra operatori e turisti. La Destinazione deve abbracciare il caos e agire per rendere conosciuto e prenotabile ogni genere di servizio che concorre all’esperienza del turista”.

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *