Homeaway sfotte Airbnb

SFOTTOAIRBNB

Al fuoco di fila verso AirBnb si aggiunge anche il competitor diretto Homeaway, che ha messo in rete il suo nuovo spot che prende di mira gli aspetti più sgradevoli della sharing economy, che a volte può trasformare una vacanza low cost in un incubo

di Stefano Mascioni

Tutti ne parlano, tutti cercano di salire sul suo treno in corsa e chi non vuole, o non ce la fa, attacca.

Airbnb è di nuovo al centro dell’attenzione tra gli operatori del turismo online (solo qualche giorno fa lo stesso presidente degli albergatori Usa Katherine Lugar aveva accusato il portale della sharing economy di favorire la diffusione di operatori illegali) questa volta presa di mira da Homeaway, agguerrito concorrente del portale californiano, controllato dal gigante USA Expedia.

Perché nella vecchia Europa, le regole non scritte della competizione commerciale e della comunicazione politically correct, impediscono di fatto pubblicità troppo aggressive, o peggio ancora, campagne mirate a demolire la credibilità dei propri concorrenti, al massimo si può arrivare a qualche comparazione diretta dei prezzi (come nelle assicurazioni auto o nei biglietti aerei); nel sistema americano invece, spesso ci si spinge ben oltre, con task force di creativi e copywriter che mettono il dito nella piaga del marchio da demolire.

Come nel caso dello spot diffuso da Homeaway che s’intitola “It’s your vacation, why share it?”. Ovvero, perché mai dovresti vivere le tue vacanze con dei potenziali trogloditi? Perché dovresti rischiare di rovinare il periodo più delicato e atteso dell’anno ritrovandoti in situazioni a dir poco imbarazzanti?

Un attacco diretto al concetto di sharing economy, che secondo Homeaway è sinonimo di sciatteria, del vorrei ma non posso.

Giudicate voi stessi, ecco lo spot

In fondo la grande questione della sharing economy, specialmente riguardo Airbnb e servizi simili di condivisione di case e stanze, è sempre la stessa: davvero ci basta qualche stellina o qualche commento sull’host o sul guest per garantirci una decente convivenza? Davvero siamo disposti ad andare in vacanza – ma anche girare per lavoro – e ritrovarci con la saponetta intrisa di peli o con un coinquilino che si taglia le unghie dei piedi in salotto?” scrive Simone Cosimi su Wired, che aggiunge:

La questione è in realtà più sottile. E testimonia l’esordio di una forte contronarrazione rispetto al mondo scintillante, oltremodo rassicurante e accogliente della sharing economy” 

“È vero: esistono i meccanismi di rating e le verifiche, ma le cose possono sempre andare storte o almeno farci arricciare il naso. Ecco perché, ancora prima che questo nuovo paradigma esca dalle secche legislative in cui è impantanato in mezzo mondo, sta iniziando una spietata controffensiva sulle illusioni sulle quali si fonda (o si fonderebbe, secondo i detrattori) buona parte del suo successo, specialmente mediatico”.

 

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