Il Tar del Lazio da ragione a tripadvisor

TripAdvisor non è responsabile dell’affidabilità delle recensioni che pubblica. Con buona pace dei tanti che lo “gufano”, il noto portale web di viaggi dai magnetici occhi di rapace è stato graziato dall’Antitrust per sentenza del Tar del Lazio.

di Sanzia Milesi 

Non dipende da tripadvisor.com la veridicità delle opinioni che i suoi utenti rendono pubbliche online riguardo hotel, ristoranti e attrazioni turistiche: 4,5 milioni di strutture, per 315 milioni di visitatori al mese, ossia più di 200 milioni di commenti, a detta della stessa società.

 

 

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Così il portale nulla deve anche nei casi più eclatanti in cui inesistenti strutture balzano in vetta alle classifiche con invoglianti commenti. Tra gli ultimi irriverenti casi, quelli creati ad hoc dai detrattori del Gufo per fantomatici ristoranti come Kashabahl (in dialetto lombardo “racconta frottole”).

La multa era stata comminata alla vigilia delle festività natalizie 2014 dall’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, mossa ad agire su denuncia dell’Unione Nazionale Consumatori, Federalberghi e alcuni singoli titolari di strutture ricettive. Le recensioni poco trasparenti sarebbero potute costare al colosso 500mila euro. Ad essere contestate le pratiche commerciali, a partire da settembre 2011, di TripAdvisor Llc (società Usa che gestisce www.tripadvisor.it) e TripAdvisor Italy.

L’accusa? L’accertata violazione degli articoli 20, 21 e 22 del Codice del Consumo, per recensioni “idonee a indurre in errore una vasta platea di consumatori in ordine alla natura e alle caratteristiche principali del prodotto e ad alterarne il comportamento economico”. La risposta dell’ufficio stampa, con l’annuncio del ricorso, non era tardata: “Sono più di 300 milioni le persone che ogni mese vengono su TripAdvisor perché lo considerano un sito di viaggi valido e utile. Ed è il 98% degli utenti italiani ad aver dichiarato che le recensioni di TripAdvisor sono precise rispetto all’esperienza che ha poi avuto“.

Commenti virtuali che influenzano pesantemente il flusso monetario reale di viaggiatori, albergatori e ristoratori. Questo è il business della reputazione online. Un modello su cui tripAdvisor gioca molta della sua fama, non esente da pesanti critiche, malumori e sospetti che spesso sfociano in aperte accuse. Nel mirino commenti giunti in gran numero da uno stesso utente (come avesse pernottato la stessa notte sia a Roma che a Milano) sino a quelli ricevuti da strutture non più in attività da tempo. Per non parlare, appunto, di chi lancia l’allarme della possibilità di recensioni a pagamento, con cui falsare la percezione in positivo della propria struttura oppure con cui affossare la nomea della concorrenza (con tanto di web agency assoldate).

Ma il Tar del Lazio libera TripAdvisor da eventuali proprie responsabilità nella questione. “Tripadvisor – si legge nella sentenza – non ha mai asserito che tutte le recensioni sono vere, richiamando anzi l’impossibilità di controllo capillare e invitando a considerare le ‘tendenze’ delle recensioni e non i singoli apporti”. Il sito quindi – che afferma di rappresentare il 31% del mercato travel online italiano ed è attivo dal 2000, oggi in 45 Paesi e 28 lingue – ha garantito da parte sua l’utilizzo di strumenti automatici e algoritmi sofisticati per identificare attività sospette. E questo è bastato al Tar per chiudere (almeno al momento) la partita: “Hanno depositato in giudizio sufficienti elementi, desumibili da una perizia tecnica, da cui dedurre che esiste un approfondito sistema di controllo concentrato sulle sofisticazioni organizzate a scopo economico, le uniche in grado, in quanto organizzate, di influire sulla media del punteggio relativo alla singola struttura“. Lasciando comunque FederAlberghi, in buona compagnia, nel lamentare una legislazione lacunosa e richiedere opportuni correttivi.

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