Airbnb guadagna con operatori illegali

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L’accusa durissima arriva da Katherine Lugar, presidente di AH&LA che ha diffuso i dati di una ricerca commissionata alla Penn’s State university che ha messo in evidenza come la maggior parte dei ricavi del portale californiano arriverebbe da operatori professionali mascherati da dilettanti

di Stefano Mascioni

Qualcuno li ha già ribattezzati “i furbetti dell’ospitalità“, imprenditori fatti e finiti che vogliono far passare la loro attività come “occasionale”, solo integrativa del vero lavoro.

Hanno degli immobili, di proprietà o comunque a disposizione e li affittano cavalcando la potenza del web, che in questo caso vuol dire Airbnb, spesso aggirando tutte le norme in materia fiscale, sanitaria e di sicurezza e generando il rischio di concorrenza sleale.

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Katherine Lugar

“Le companies come Airbnb vogliono tutto – spiega Katherine Lugar, presidente degli albergatori americani – il volto di Main Street e il portafoglio di Wall street.”

D’altronde, il colosso dello sharing, oltre ad avere scosso le regole della vendita online di ospitalità, togliendo il sonno alle OTA e all’offerta alberghiera tradizionale, ha innescato una vera e propria mutazione sociale, rompendo la coltre di pigrizia che spesso lasciava molti immobili vuoti, vittime dell’incuria o peggio ancora strozzati da politiche di chiusura di stato. Come nel caso di Cuba, che tra i primi atti nel processo di disgelo con gli Stati Uniti, ha aperto le porte proprio ad Airbnb, che in poche ore dall’ok ha reclutato migliaia di nuovi host sull’isola Caraibica, l’ennesimo centro in una crescita esponenziale che in molti considerano ancora lontana dal suo apice.

Quando si ha troppo successo però, inevitabilmente, si finisce per pestare i calli a qualcuno, specialmente se le dinamiche del mercato diventano violente; ormai da mesi, Airbnb è sotto l’attacco delle associazioni di categoria di tutto il mondo (compresa Federalberghi) che gridano allo scandalo per il rischio di evasione fiscale come prima e robusta leva nella campagna di difesa degli operatori professionali.

Per dare sostanza alle accuse, è iniziata una ricca produzione di studi e documenti (la stessa Federalberghi ha fornito alla Guardia di Finanza i dati delle proprietà offerte in Italia, sollecitando i controlli delle Fiamme Gialle) e l’ultimo lo ha pubblicato la Penn State University’s School of Hospitality Management (su commissione dell’American Hotel & Lodging Association, la Federalbergi americana) che ha analizzato i risultati di Airdna, il motore che traccia oggi prenotazione generata da Airbnb, una specie di potentissimo grande fratello che scandaglia continuamente i server del portale di San Francisco, conoscendo vita morte e miracoli di ogni proprietà offerta online.

Una vera e propria manna per chi vuole fare le pulci a ogni singola lodging, della quale conoscerà numero di prenotazioni, prezzo medio e servizi offerti, tagliando la testa a qualsiasi discussione sull’argomento.

La condivisione di case e gli affitti occasionali sono in corso da decenni e senza dubbio forniscono benefici reali sia a chi vuole risparmiare per dormire, a partire dagli studenti, sia a chi ha bisogno di guadagnare denaro extra, specialmente le persone anziane – dichiara Katherine Lugar a Business Travel Newsquesto rapporto però, ha rivelato un andamento estremamente diverso da come ce lo immaginavamo, è molto inquietante”.

La ricerca (scaricabile da questo indirizzo) si è concentrata su 12 grandi città degli Stati Uniti: New York City, Chicago, Los Angeles, Philadelphia, Miami, Houston, Dallas, Phoenix, San Antonio, San Diego, Washington e San Francisco, dove la stessa Airbnb ha vinto il primo referendum popolare nato appositamente per mettergli il bastone tra le ruote.

Il primo dato evidente è la crescita esponenziale dei cosiddetti “mega-operators”, ovvero host che lavorano su tre o più immobili (erano 1.171 a settembre 2014 , un anno dopo sono schizzati a 2.193, con una percentuale di crescita dell’87,3%) e che da soli nel 2015, hanno mosso un giro d’affari di 326 milioni di dollari nelle sole città analizzate, prendendosi il 25% del mercato dell’ospitalità.

C’è poi il gruppo di host che hanno almeno due case, che rappresentano il 16% dell’offerta ma generano il 39% dei ricavi. Bassissima la percentuale di operatori che si dichiarano full-time, solo 3,3%, che però è capace di generare il 28,5% delle revenue.

In sostanza, il rapporto accusa Airbnb di stimolare l’evasione fiscale, con operatori che hanno introiti professionali ma tasse da dilettanti, generando anche potenziali problemi di sicurezza e stravolgendo sia il mercato immobiliare tradizionale, che si trova sempre più a corto di case in affitto a lungo termine per gli Americani, sia il mercato dell’ospitalità alberghiera.

Secondo il professor John O’Neill , i dati della ricerca commissionata da AH&LA sono i più completi e accurati disponibili rispetto alle attività di Airbnb. “Gli analisti della Pennsylvania State University hanno effettuato i calcoli esaminando oltre 416.000 linee di dati e oltre 9,5 milioni di variabili, mentre l’ultimo report della o Airbnb rispetto alla propria attività, si basavano solo su 170.000 linee di dati” spiega.

La presidente Lugar, ha annunciato che questo è solo il primo di una serie di report che verranno pubblicati nei prossimi mesi per fare finalmente luce sulla questione Airbnb, che intanto continua a crescere.

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